Prima premessa. Dicono i saggi che tra il pessimismo e l’ottimismo c’è il realismo. Gratificato, magari, con la qualifica di “sano”, aggettivo che… è buono per tutte le stagioni. Il problema è, però, che troppo spesso il realismo si colora di gradazioni che vanno – appunto – dal negativo al positivo, facendo trasparire preferibilmente e sfacciatamente il bello o il brutto delle cose…
Seconda premessa, riferita all’Italia. Quanto tempo ci vorrà per somatizzare la figura meschina della nostra Nazionale di Calcio ai Campionati del Mondo? Flop che si aggiunge alle deludenti prestazioni della Ferrari, o del motociclismo nostrano o di tutti gli altri sport nei quali l’Italia teneva alta la testa.
Come si fa ad essere “realisti” in questo frangente? E se poi, passando a cose più serie, si aggiungono i problemi eternamente irrisolti della nostra politica (cf. l’articolo allegato), l’incertezza dell’oggi e – soprattutto – del domani… la questione si complica a tal punto che non si vede una via per dipanarla a dovere.
Terza premessa, riferita al mondo ecclesiale. Non invidiamo il Papa in questo momento che possiamo definire drammatico. Ai noti fatti delittuosi su cui si sono buttati i giornali, si aggiunge un globale insorgere contro la presenza del cristianesimo nella società civile, in Europa e fuori. Il Papa dice che non si tratta di una congiura: ma se congiura non è (organizzata, pianificata, con una mente pensante che elabori i piani a media e lunga scadenza), è almeno, certamente, un accerchiamento globale che va dalla becera violenza terroristica che uccide, all’avversione radicale per i valori su cui si fonda la consapevolezza evangelica, fino alla negazione dello stesso diritto di esistenza di una Chiesa che goda della libertà di pensiero e di parola, patrimonio comune, oggi, di ogni essere ed aggregazione umana.
Conclusione. L’articolo di Galli della Loggia che accludo (è sempre attuale, anche se è rimasto qualche giorno nel cassetto a… maturare) si riferisce esplicitamente alla seconda premessa, ma le motivazioni logiche che contiene possono essere opportunamente allargate e riferite a tutta la società nella quale siamo immersi, civile ed ecclesiale. Nelle quali predomina – forse – una certa fase di stanca e di scoramento, che non fa bene a nessuno, tanto meno a coloro che – come i genitori e gli educatori – devono accompagnare le nuove generazioni verso un futuro migliore in cui ci sia un posto per la speranza. In cui il realismo non sia soffocato dal pessimismo ma aperto al “sano” ottimismo evangelico che è novità che salva.
Don Falzone
Un Paese senza politica
Quale sia davvero lo spirito del Paese dubito che possano dircelo i sondaggi. Meglio ascoltare se stessi e dare ret-ta a quello che si avverte dentro e specialmente intorno a noi. C’è una sensazione che domina su tutte le altre, se non sbaglio: la sensazione che sono finiti i tempi felici. Fino a qualche tempo fa il Paese, pur con tutte le sue con-traddizioni, appariva comunque orientato ad una visione positiva del proprio futuro. Aveva dei punti di riferi-mento sicuri. A cominciare da quelli fuori dei propri confini.
L’Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, e ogni anno avevamo un po’ di più tanto dell’una che dell’altra. In entrambi i casi stando al riparo di una sicurezza collaudata e senza costi. Oggi ci sembra di scorgere quotidianamente i sintomi che non è più così. L’Occidente, l’Europa stessa, stanno pian pia-no svanendo. E con loro svanisce la sensazione di forza, quasi d’invincibilità, che per tanto tempo essi hanno in-carnato. Compaiono al loro posto nuovi giganti mondiali che però avvertiamo lontanissimi da noi. Indifferenti ai modi nostri e alle nostre esigenze. E di nuovo, dopo decenni che non accadeva, soldati italiani muoiono combat-tendo in remote contrade, di nuovo senza molte speranze di vittoria.
In casa nostra i giorni e la vita dei tempi felici volevano dire una rete antica e tutto sommato affidabile di istitu-zioni che ne erano i punti fermi: la scuola, una banca, un ufficio postale, il municipio, il sindacato. Tutte cose che esistono ancora, naturalmente, ma senza più il senso, la certezza e l’autorevolezza di una volta. Non sappiamo bene perché, ma sentiamo che è così. La Chiesa e la famiglia stesse—questi due pilastri all’apparenza indistrutti-bili della soggettività e insieme delle collettività italiane — sono alle prese con forze corrosive che ne stanno alte-rando il profilo sociale e attutendone la voce. Insieme è finita — drammaticamente finita per sempre, ci dicono—la speranza di un lavoro ragionevolmente sicuro nel tempo.
Una fase decisiva di come l’Italia è diventata moderna, l’industrializzazione, sembra ormai giunta ad un compi-mento: interi settori produttivi sono scomparsi nell’ultimo ventennio mentre non si contano gli impianti, le fab-briche del Paese passati in mani straniere nel disinteresse generale. Ai fini del Pil forse non conta, ma a quelli dell’immaginario e del sentimento sì. È come se stesse cambiando sotto i nostri occhi la moralità di fondo del Paese e al medesimo tempo il valore del nostro stare insieme. Il moltiplicarsi senza freno dei casi di corruzione pubblica, di malversazione, di sperperi, non fa altro che rafforzare questo senso di un cambiamento che sa piut-tosto di disgregazione. E per parlare di cose che sono simbolo di molte altre: da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo? Siamo dunque un Paese in declino? Meglio non dirlo. E forse non è neppure vero se si guarda a certi da-ti pure fondamentali. Ma senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai diffi-cile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa par-lare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza. Ma che cos’è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore duro della nostra crisi.
Ciò di cui l’Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica. Non riusciamo a farci una ragione del presente e a vedere come affrontare il futuro perché ci manca la politica. La quale nella sua accezione più ve-ra non significa altro che un progetto per la «città», un’idea del suo destino. Il discorso cade irrimediabilmente su chi soprattutto ha rappresentato la politica in tutti questi anni: su Berlusconi. Sarebbe sbagliato prima che ingiusto dire che egli non ha fatto, non ha realizzato nulla. Ma ciò che pure ha fatto, i cambiamenti tutto somma-to positivi che egli ha contribuito a introdurre, i tentativi riformatori che pure ha cercato di mettere in opera, hanno mancato tutti su un punto decisivo. Berlusconi non è mai riuscito a iscriverli in un discorso generale ri-volto a tutto il Paese, un discorso che fosse capace di parlare al suo animo, di comunicargli quel senso della sfida e quell’esigenza di mobilitazione che i tempi difficili richiedevano e richiedono. Se aveva un’idea d’Italia, di certo non si è mai curato di trasmetterla con qualche efficacia agli italiani. Egli è rimasto fino in fondo l’uomo di una parte, convinto forse che in ciò, alla fin fine, consistesse il suo vero ascendente sul proprio elettorato.
E così, più che espressione della politica in senso alto o dell’«antipolitica», come hanno sempre detto i suoi de-trattori, alla fine egli si è ridotto ad essere (o ad apparire, il che è lo stesso) null’altro che l’uomo della non-politica. In numerosa compagnia, ahimè. La sua ormai lunga egemonia sul sistema politico, infatti, ha corrispo-sto alla — e si spiega con la —crisi perdurante e l’afasia politica di tutti i suoi oppositori. I quali mostrano di sa-pere solo parlare ossessivamente di lui e contro di lui, ma al di là di qualche banale genericità a base di «bisogna questo » e «bisogna quest’altro» — e naturalmente senza mai spiegare come o a spese di chi — non sanno anda-re. Sicché ormai il Paese ascolta anche l’opposizione nella più totale indifferenza, con un’alzata di spalle. Neppu-re da lei gli viene il racconto di qualche verità sgradevole, l’indicazione di una via difficile, una proposta nuova e ardita. Eppure nell’intimo della sua coscienza l’Italia avverte che questo solo sarebbe il modo per sperare di fare i conti con il mondo nuovo e aspro in cui essa è ormai entrata. Per farlo essa sarebbe anche disposta ad accettare medicine amare, se solo qualcuno gliene spiegasse però il senso e la necessità: se qualcuno le sapesse parlare di politica. Invece, come i malati avviati a una sorte rassegnata e infelice, essa si vede prescrivere solo degli zucche-rosi placebo a base di nulla.
Ernesto Galli della Loggia - Corriere - 07 luglio 2010


















